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Il vero motivo per cui i brand di moda evitano la tecnologia

Quando un progetto wearable non parte, la spiegazione ufficiale è quasi sempre la stessa: “non è coerente con il DNA del brand”, oppure “non è il momento giusto”. Il rifiuto viene attribuito alla visione estetica, all’identità, al posizionamento. È una spiegazione elegante. È anche, nella maggior parte dei casi, sbagliata.
L’impulso a esplorare la tecnologia arriva quasi sempre dallo stile: lo stilista della Maison, un direttore creativo di area, un team creativo che declina gli input della sede centrale. Chi ha la responsabilità creativa di un prodotto vede il potenziale e vuole realizzarlo. Ed è a quel punto che il progetto, nella maggior parte dei casi, si ferma.

Il blocco è operativo, non creativo

Per produrre un campione valutativo, l’impulso creativo deve passare attraverso la struttura operativa interna: fornitori, lavorazioni, tempi di produzione. È qui che arrivano i primi stop. Non per malafede, ma perché la struttura operativa lavora con un sistema consolidato che un campione wearable mette sotto pressione in ogni sua parte: fornitori che non ci sono in rubrica, tecnologie che nessuno sa valutare, certificazioni mai gestite, tempi che collidono con quelli della collezione.
La richiesta viene messa in un cassetto. Scivola in fondo alla lista, viene rinviata fino all’ultimo minuto, oppure dimenticata del tutto. La notizia che torna indietro è sempre la stessa: “non era fattibile nei tempi”. Un’affermazione vera, a quel punto. Ma che non dice nulla su se il progetto fosse davvero impossibile.
A complicare ulteriormente il quadro ci sono le esperienze passate. Chi ha già vissuto un progetto tecnologico andato male, con costi esplosi e campioni non certificabili, non vuole ripeterlo. È una reazione comprensibile, che però porta a trattare qualsiasi nuova proposta wearable come se fosse identica alla precedente. Il risultato è riconoscibile: responsabili di produzione, modellerie, uffici qualità e logistica che di fronte a una richiesta wearable cambiano espressione. Non è scetticismo. È paura, che si traduce nell’unica strategia che sembra sicura: insabbiare il progetto prima che diventi un problema.

Cosa cambia quando entra un fornitore specializzato

Un fornitore specializzato non si limita a produrre il componente elettronico. Si interfaccia con tutti gli attori della filiera: suolifici, tacchifici, pelletterie, modellerie, produttori di accessori. Fornisce a ciascuno le direttive tecniche per adeguare la propria lavorazione a ricevere l’elettronica, garantendo che nulla cambi nelle linee stilistiche del prodotto. La forma resta quella che lo stile ha immaginato. Quello che cambia è ciò che il prodotto sa fare.
È una competenza di confine, che non appartiene né alla moda né all’elettronica presa singolarmente. Ed è esattamente quella che manca alla struttura operativa interna, che non fallisce per incompetenza nel proprio ambito, ma perché quel confine non è il suo territorio.

La domanda che vale la pena farsi

Se il vostro brand ha già scartato un progetto wearable, vale la pena chiedersi a che punto si è fermata la valutazione. Se il campione non è mai esistito, la domanda è semplice: non si è fatto perché il progetto era impossibile, o perché la struttura operativa non aveva gli strumenti per realizzarlo, o perché qualcuno aveva già deciso che non voleva rischiare di nuovo?
Spesso non è il progetto ad essere impossibile. È il campione che non è mai esistito.
Interactive Style sviluppa prodotti wearable per brand del lusso dal 1998. Ogni progetto viene seguito passo dopo passo, dalla prima idea al prodotto certificato pronto per la produzione in serie, coordinando tutti gli attori della filiera con un unico obiettivo: portare la tecnologia nel prodotto senza che si veda, senza che si senta, senza che cambi nulla di ciò che lo rende unico.
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