C’è un momento preciso in cui ci si accorge del problema: quando arriva il consuntivo finale. Non durante il progetto, non mentre si rincorrono le scadenze. Alla fine, quando si mettono in fila tutti i costi sostenuti e si scopre che le previsioni di spesa sono state sforate quasi ovunque. Non in modo clamoroso, non con una voce che salta all’occhio. Piano piano, campione dopo campione, rilavorazione dopo rilavorazione, fino a quando il margine previsto si è assottigliato o è sparito del tutto.
Fino a qualche anno fa, nei bei tempi del lusso, questo era un problema relativo. Se lo stilista voleva una calzatura con i LED nel tacco, si faceva. Costi quel che costi, si faceva. Il mercato tirava, i margini c’erano, e un progetto andato fuori budget era fastidioso ma assorbibile. Oggi non è più così. Con la crisi che attraversa il settore del lusso, ogni punto di margine bruciato su un progetto mal gestito è un problema reale.
E la cosa che si vede, progetto dopo progetto, è che i costi che erodono il margine non sono quasi mai quelli dell’elettronica. Sono quelli di tutto quello che stava intorno all’elettronica e non era pronto a lavorare con lei.
Come funziona il ciclo che erode il margine
Il brief arriva dallo stilista con anticipo sufficiente. Il progetto finisce in un cassetto perché chi dovrebbe svilupparlo non sa come affrontarlo e non vuole essere quello che ci rimette la faccia se va storto. Settimane, a volte mesi, spariti prima ancora di cominciare. Quando lo stilista insiste e il progetto riparte, il calendario ha già perso i margini che avrebbero reso tutto gestibile.
A quel punto si cerca in fretta un tacchificio con le competenze necessarie. Risposta prevedibile: nessuno nella rete consolidata del brand ha mai realizzato un tacco con elettronica integrata. Si trova qualcuno, si parte, e si commette l’errore più costoso: il tacco viene sviluppato senza coinvolgere il fornitore elettronico. Il tacchificio lavora come ha sempre fatto, con la propria logica costruttiva. Il fornitore elettronico entra in gioco quando il tacco è già fatto e dice che i componenti non ci stanno. Si rifà. Stessa cosa. Si rifà ancora.
“Early in my career…I had to choose between honest arrogance and hypercritical humility… I deliberately choose an honest arrogance, and I’ve never been sorry”
Ogni campione sbagliato è materiali, lavorazioni, spedizioni, tempo del tacchificio, tempo del fornitore elettronico. Moltiplicato per tutte le iterazioni inutili. Il margine non sparisce in un colpo solo. Si consuma campione dopo campione, in una sequenza di errori che erano tutti prevedibili e tutti evitabili.
L’unica cosa che avrebbe cambiato tutto
Chi sviluppa l’elettronica deve essere il primo a sedersi al tavolo. Non il quarto, non quello che entra quando il tacco è già fatto. Il primo: quello che dice al tacchificio quanto spazio serve, dove passano i cavi, quali materiali non si possono usare, quali tolleranze bisogna rispettare. Perché un tacco che ospita una batteria, un circuito stampato e una serie di LED non è un tacco. È un contenitore elettronico con la forma di un tacco, e progettarlo richiede precisioni che la moda tradizionale non ha mai dovuto sviluppare. La battuta di una guarnizione per la certificazione IP68 deve essere precisa al decimo di millimetro. Le saldature dei LED in una sneaker devono resistere alle flessioni della suola in uso reale, non sul campione statico che funziona benissimo sul tavolo.
Chi fa l’elettronica coordina inoltre una filiera globale: chip, batterie, connettori, circuiti stampati, produttori sparsi in mezzo mondo, ognuno con i propri tempi di approvvigionamento. E deve fare tutto questo rispettando le scadenze della moda, campionatura, sfilata, shooting, certificazione, produzione, comprimendo in cinque o sei mesi un lavoro che nell’elettronica tradizionale richiederebbe un anno. Se non parte dal primo giorno, non recupera. E quando non recupera lui, il margine comincia a scivolare.
Andate a guardare i consuntivi dei terzisti, non quelli del fornitore elettronico. Lì troverete dove è andato il margine. I costi dell’elettronica, in tutti i progetti seguiti direttamente, sono stati rispettati. Quelli che hanno fatto la differenza erano altri: il tacco rifatto più volte, la suola che non ospitava i componenti, il componente fisico sviluppato ignorando i vincoli di chi ci doveva mettere l’elettronica dentro.
Quando un progetto wearable chiude con il margine bruciato, la voce di costo che ha fatto la differenza non è quasi mai l’elettronica. È tutto quello che stava intorno all’elettronica e non era pronto a lavorare con lei.
Interactive Style sviluppa prodotti wearable per brand del lusso dal 1998. Ogni progetto viene seguito passo dopo passo, dalla prima idea al prodotto certificato pronto per la produzione in serie, coordinando tutti gli attori della filiera con un unico obiettivo: portare la tecnologia nel prodotto senza che si veda, senza che si senta, senza che cambi nulla di ciò che lo rende unico.